SATYOPANISHAD

16 marzo 2003

D.9 - Swami, per favore parlaci di Vashishta e Vishvâmitra, i due saggi (rishi) di massimo rilievo nel Râmâyana.

Bhagavân - I re dell'antichità erano sempre guidati dai loro precettori. Li consultavano sempre per le questioni più importanti. In questo modo si mantenevano e sostenevano Satya e Dharma. La storia ci fornisce numerosi esempi di re che cercarono le benedizioni e la guida dei loro guru, diventando
grandi per questo. Sapete come il re Krishnadevaraya fu guidato dal suo
mentore e precettore Vidyaranya, o l'imperatore Shivaji da Samartha Râmadas.
Râma e Lakshmana seguirono il saggio Vishvâmitra, appresero da lui l'arte del tiro con l'arco, e uccisero demoni come Khara e Dûshana, che ostacolavano e profanavano, nella foresta, i rituali vedici come gli yajña e gli yâga.
Quindi, Vishvâmitra fu fondamentale nel rivelare al mondo il valore e la perizia di Râma e Lakshmana. Inoltre, fu Vishvâmitra a insegnare a Râma il mantra più
sacro, quello della Gâyatrî.
Vishvâmitra fu anche responsabile del divino matrimonio fra Sîtâ e Râma, che simboleggia l'unione di prakriti (la materia) e purusha (l'energia), cioè l'Assoluto.
Era, ed è, l'amico (mitra) dell'universo (vishva); il suo nome, quindi, gli si adatta
perfettamente.
Vishvâmitra insegnò il Gâyatrî mantra all'umanità. Tuttavia, mentre cresceva spiritualmente, desiderò esser chiamato 'brahmarishi' (il massimo grado del rishi) da Vashishta. Fu sempre competitivo e invidioso nei confronti di Vashishta, a tal punto da volerne la morte. In un giorno di plenilunio, decise di farlo fuori e lo attese con una pietra in mano; ma, prima che avesse la possibilità di scagliarla contro la sua testa, lo udì parlare con la moglie Arundhatî su come fosse
luminosa e magnifica la luce della luna, ed equiparabile all'energia ottenuta da Vishvâmitra con le sue penitenze. Udendo ciò, quest'ultimo cambiò completamente idea e cadde ai piedi di Vashishta; allora questi gli si rivolse con l'appellativo di 'brahmarishi', perché aveva vinto il proprio ego.


D.10 - Swami, fra i saggi quanto è degno di nota il saggio Vâlmîki?

Bhagavân - Il Râmâyana fu sia composto che recitato durante il periodo
dell'incarnazione di Râma.
Quanto al grande saggio e asceta Vâlmîki, oltre a essere contemporaneo di Râma, come autore del Râmâyana, è il primo vero poeta (kavi). Fu lui a dare rifugio a Sîtâ, famosa per la sua virtù e castità; fu lui a crescere i suoi figli, Lava e Kusha, istruendoli in tutte le arti e, in particolare, in quella del tiro con l'arco. Perciò, egli giocò un ruolo fondamentale nel Râmâyana.
Dopo che ebbe terminato il Râmâyana, pensò seriamente di divulgare tale grande opera.
Fu allora che Lava e Kusha si fecero avanti, e, dinanzi a Vâlmîki e ad altri grandi saggi, fecero il voto di cantare il Râmâyana e di offrirne il nettare alle genti di
tutto il mondo. Quindi, Vâlmîki ha il merito straordinario di aver composto il sacro Râmâyana quale contemporaneo di Râma e di averlo fatto cantare in Sua presenza.
Vâlmîki proclamò al mondo intero gli ideali e la divinità di Râma, il protettore del mondo e l'ispiratore della sua musa. Pertanto, fu solo a iniziare dal Tretâyuga
che la Divinità latente nell'umanità cominciò a risplendere.
Lo scopo dell'incarnazione di Râma era di insegnare all'uomo il proprio dovere. È esattamente ciò che sta accadendo oggi. Avrete notato come, anche in presenza di questa Incarnazione (Sathya Sai Baba), i contemporanei scrivano biografie, e come la Divinità venga riconosciuta, adorata, sperimentata e celebrata in tutto il mondo. Il fatto che tutto ciò accada durante l'Incarnazione è
un altro parallelo con l'avvento di Râma. Lo stesso Ideale! Lo stesso Amore! Lo stesso Messaggio, cioè la pratica della Verità e della Rettitudine.


D.11 - Swami, abbiamo già sentito parlare del re Dasharatha, dello yâga
(sacrificio) chiamato 'putrakâmeshti', e così via... Puoi dirci qualcosa del re Janaka?

Bhagavân - Janaka era un râja-yogî, un uomo di elevata saggezza,
completamente privo di coscienza del corpo. Quindi, divenne famoso come videha, uno senza attaccamento al corpo. Essendo sua figlia, Sîtâ fu chiamata vaidehî (figlia di Videha). Janaka era un re esemplare dotato di immensa devozione al suo precettore, vasta conoscenza delle Sacre Scritture (Shâstra) e spirito di rinuncia. Celebrò il matrimonio di Sîtâ come suo sacrosanto dovere. In seguito, Râma partì per la foresta, insieme con Sîtâ e Lakshmana. Benché essi rimanessero lontani per anni, Janaka non mise mai piede nella foresta. Questa era la copiosa ricchezza di saggezza e distacco dimostrata da Janaka.


D.12 - Swami, si dice che Âdi Shankara sia morto in giovane età. Quale potrebbe esserne il motivo?

Bhagavân - È vero che il fondatore della dottrina dell'advaita, il non dualismo morì giovane.
Scrisse i commentari di tre importanti testi sacri, noti come prâsthânatraya, ossia le Upanishad, i Brahmasûtra e la Bhagavad Gîtâ. Oltre a dare importanza a jñâna (la saggezza, la conoscenza spirituale), compose un gran numero di inni sulla bhakti (la devozione). Viaggiò per tutto il Paese e fondò centri di adorazione e di apprendimento spirituale. Egli rappresenta il Sanâtana Dharma, l'antica ed eterna cultura spirituale di questa terra.
Âdi Shankara andò in un antico centro di pellegrinaggio, Kâshi, dove pregò la Divinità tutelare, Vishvanâth, di perdonarlo per tre errori da lui commessi. Il primo errore era stato quello di comportarsi in maniera difforme da ciò che sempre era andato predicando; mentre affermava "Vâsudeva sarvam idam" (Dio è in ogni luogo), si era recato a Kâshi per vedere Dio. Il secondo errore
consisteva nel fatto che, pur sapendo che Dio è al di là di ogni possibile comprensione e descrizione (yato vacho nivartante), aveva tentato di scrivere libri sulla Divinità. Il terzo errore era che, nonostante sapesse che l'Uno si manifesta come molteplicità (ekoham bahu syâm), che l'unico Dio è in ogni essere (âtmavat sarva bhûtâni) e che la consapevolezza è presente in tutti
(prajñânam brahma), organizzò dei centri di apprendimento, considerando i suoi discepoli separati da lui.
Forse avete udito anche parlare di un altro episodio inerente alla sua vita. Aveva pregato sua madre di lasciarlo diventare un rinunciante e di poter osservare il celibato tutta la vita. Sua madre inizialmente si era opposta. Shankara, un giorno, si recò a un fiume vicino per fare un bagno. Improvvisamente un coccodrillo lo afferrò per i piedi. Allora, egli cominciò a gridare:
"Madre, madre! Il coccodrillo mi trascinerà in acqua, a meno che tu non mi dia il permesso di farmi rinunciante". Sua madre dovette cedere e Shankara si liberò dalla morsa del coccodrillo.
Metaforicamente, il fiume rappresenta il samsâra, la vita del mondo in generale, e il coccodrillo simboleggia vishaya, il piacere legato ai sensi. L'uomo è trascinato nel fiume della vita dal coccodrillo dei piaceri terreni. Liberarsene è, invece, simbolo di rinunzia o distacco.
Shankara abbandonò le spoglie mortali subito dopo aver raggiunto gli obiettivi che si era prefisso, certo che la sua missione sarebbe stata continuata dai suoi discepoli, forieri della sua filosofia, e che la teoria del monismo, da lui propagata, si sarebbe ampiamente diffusa. I suoi discepoli avevano la statura e l'autorevolezza per portare avanti la missione con successo.


D.13 - Swami, Tyâgarâja, molto noto come devoto di Râma, compose dei kriti (inni di lode a Dio) che vengono cantati anche ai giorni nostri. Che cosa hanno di speciale?

Bhagavân - Sono molti i nomi dei devoti che hanno composto canti devozionali, in tutto il mondo.
Dio ha risposto anche a loro. Sono canti che vi rendono estatici e vi elevano. Ma gli inni di Tyâgarâja hanno questo di particolare: ciascuno di essi si riferisce a un fatto accaduto nella sua vita.
Ad esempio, quando il re di Tanjore gli inviò dei gioielli, provviste e costosi regali, Tyâgarâja li rifiutò con tatto ed educazione; poi pose a se stesso una domanda sotto forma di un kriti: "È il danaro che ci rende felici o la vicinanza a Dio?"
Una volta, il fratello di Tyâgarâja gettò tutti gli idoli, da questo adorati, nel fiume Kâverî.
Tyâgarâja pianse molto per tale perdita. Ma un giorno, per grazia di Râma, facendo il bagno in quel fiume, li ritrovò. Tenendoli fra le mani, li riportò a casa cantando:
"O Raghuvîra! Ti prego, ritorna a casa!"
Durante un concerto musicale alla corte di un re, cantò rendendo omaggio a tutte le nobili persone presenti, con queste parole: "I miei più umili omaggi a tutti i grandi qui presenti!"


D.14 - Swami, ora siamo a Kodaikanal e il Tamilnadu è noto per i suoi celebri devoti. Spesso sentiamo parlare di Manikya Vachakar e Tiruvalluvar. Vorremmo sapere da Te qualcosa su questi due illustri figli del Tamilnadu.

Bhagavân - Manikya Vachakar è la personificazione di tolleranza, perdono, pazienza e devozione. Un giorno, il figlio di un ricco si recò da lui. Sapete che Vachakar manteneva la famiglia vendendo sari. Il figlio del ricco era un ragazzo molto viziato. Afferrando un sari, chiese: "Quanto costa?"
Manikya Vachakar rispose: "Venti rupie, signore". Il ragazzo strappò il sari in due e chiese: "E adesso, quanto costa?" Il venditore disse: "Dieci rupie, signore".
Allora il ragazzo lo lacerò ancora in due: "E ora?" "Cinque rupie, signore".
Il ragazzo rimase assai sorpreso dalla pazienza di Vachakar e chiese:
"Come puoi avere tanta pazienza nonostante ti abbia arrecato tale danno?"
Manikya Vachakar sorrise e rispose: "Sono un devoto di Dio e ho piena fede in Lui. Egli è la causa della mia pace e della mia calma!"
Anche Tiruvalluvar abitava in Tamilnadu. Era molto stimato ed è conosciuto tuttora per il Tirukkural, la sua composizione devozionale. A quei tempi, il re Pandya aveva dei giovani come ministri, dei quali faceva parte anche Tiruvalluvar. Il re Pandya aveva la passione dei cavalli.
Possedeva un gran numero di cavalli di diverse razze, provenienti da ogni parte del paese. Chiamò Tiruvalluvar, gli dette dei soldi e lo inviò ad acquistare nuovi
animali in altre località. Quest'ultimo acconsentì e si incamminò.
Per strada, Tiruvalluvar trovò un tempio in rovina e decise di ricostruirlo; ma, per farlo, dovette spendere tutti i soldi che aveva con sé. Il re, saputo il fatto, si adirò e, per punizione, lo fece chiudere in prigione. È qui che Tiruvalluvar compose il Tirukkural. Poi il re si pentì di aver preso una decisione così affrettata e sbagliata.
Allora, chiese a Tiruvalluvar di ritornare e riprendere la sua posizione di ministro. Tiruvalluvar, però, rifiutò gentilmente di assumere altri incarichi all'interno del regno. Trascorse la rimanente parte della sua vita immerso nelle attività spirituali.


D.15 - Swami, Dio non ha attributi. Egli trascende i guna: sattva, rajas e tamas. Invece, noi siamo schiavi di questi tre attributi. Quindi, in quale modo possiamo realizzare Dio?

Bhagavân - Il Divino ha due aspetti e può essere sperimentato sia come
Divinità 'dotata di attributi' che al di là di essi.
Dovresti, anzitutto, sapere questo: Dio è negli attributi, ma gli attributi non sono in Dio. Gli attributi, o caratteristiche, non potrebbero funzionare né operare se in essi non vi fosse la Divinità.
L'oro è nei gioielli, ma i gioielli non sono nell'oro. I vasi sono di terracotta, ma non si può affermare l'inverso. Pezzi d'argenteria, come un calice o un piatto,
sono sì fatti d'argento, ma entrambi non sono nell'argento.
Un altro esempio. La lampadina illumina e il ventilatore ruota. Le radio e i televisori funzionano solo grazie all'elettricità. Tutti questi oggetti funzionano grazie all'elettricità. L'elettricità è la causa principale del loro funzionamento. Tuttavia, nessuno di questi oggetti è dentro l'elettricità. Similmente, Dio è presente negli attributi, ma essi non sono presenti in Dio. In un certo senso, quindi, possiamo affermare che Egli ha degli attributi e, contemporaneamente, che non ne ha. Egli è, insomma, sia saguna che nirguna (rispettivamente 'con
attributi' e 'senza attributi').
Tutti gli uomini sono dotati di tre qualità: sattva, rajas e tamas; ma, quello che è più influente rispetto agli altri due, conferisce al pensiero, ai sentimenti e alle
azioni le sue caratteristiche. Comunque, se non trascendiamo tutti e tre i guna, non possiamo sperimentare, nel vero senso, la Divinità. Un esempio: se volete osservarvi il petto, che cosa dovete fare? Dovete prima togliervi la giacca, poi la camicia e infine la canottiera, giusto? Allo stesso modo, per visualizzare il petto della Divinità, dovete rimuovere la giacca delle qualità tamasiche, la
camicia delle qualità rajasiche e, infine, la canottiera di quelle satviche.


D.16 a) - Swami, Ti preghiamo di parlarci di questi due aspetti del Divino, con forma e senza forma.

Bhagavân - Proprio qui molti si confondono. Senza una forma, da dove potete prendere il senza forma? Come potete visualizzare il senza forma? Proprio perché avete una forma, potete pensare al Dio formale. Ad esempio, se un pesce potesse pensare a Dio, Lo immaginerebbe solo come un pesce più grande. Se un bufalo pensasse a Dio, se Lo figurerebbe solo come un bufalo più grande. Similmente, l'uomo può vedere Dio solo in forma umana, la forma di uomo ideale.
Si può meditare anche sull'aspetto informale di Dio, basandosi sull'aspetto del Dio formale. È impossibile arrivare al senza-forma se non ci si avvale di una forma.
Vi faccio un piccolo esempio.
Oggi siete tutti qui seduti davanti a Swami, a Kodaikanal. State ascoltando le parole di Swami.
Questa è un'esperienza con una Forma.
Poi andrete a casa e, dopo un po' di giorni, comincerete a riflettere su quanto è avvenuto qua.
Ricorderete l'intera scena. Di fatto, Swami verrà da voi fisicamente?
Ritroverete realmente questa sala a casa vostra? E tutti voi vi siete realmente stati? No, ma quest'esperienza diretta viene raffigurata mentalmente, il che vi dà l'esperienza indiretta, quella di essere lì. Ciò che vedete qui è il sâkâra (dotato di attributi o forma) e ciò che sperimentate là è il nirâkâra (senza forma
e attributi). Quindi il senza forma si basa sull'aspetto della forma.
L'uno non può esistere senza l'altro.
Un altro esempio. Qui c'è del latte. Voi volete berlo. Come lo bevete?
Avete bisogno di una tazza o di un bicchiere. Similmente, per adorare Dio (il latte) dovete usare una forma (la tazza).


D.16 b) - Swami, di questi due metodi di adorazione, con forma e senza forma, qual è superiore?

Bhagavân - Secondo la Mia opinione, sono uguali. L'uno non è in alcun modo superiore all'altro. Ora siete a Coimbatore. Qui il terreno è pianeggiante, senza dislivelli.
Esso è uguale ovunque: nessuno lo ha spianato per renderlo così. È la forma naturale del terreno di Coimbatore. È la sua caratteristica. Kodaikanal è situata fra le colline. Nessuno ha messo qui delle colline. È la sua conformazione naturale. Coimbatore e Kodaikanal sono diverse, ma a ciascuna, a modo suo, non manca nulla.
Similmente, i due metodi di adorazione del Divino - con e senza forma - sono ugualmente benèfici ai ricercatori della verità e a coloro che aspirano all'illuminazione spirituale.


D.17 - Swami, le Scritture dichiarano che Dio è onnipresente. Potresti spiegarci questo aspetto della Divinità? Come dobbiamo intenderlo?

Bhagavân - La Bhagavad Gîtâ asserisce: "Dio è il seme di ogni cosa" (bîjam mâm sarvabhûtânâm). Ad esempio, qui vedete il seme di un mango. Se lo piantate nella terra, col tempo, esso germoglia.
Gradualmente, in questo processo, il seme produce una radice, un gambo, foglie, rami e fiori. Il seme è latente in ogni parte della pianta, poiché tutte le parti hanno origine, direttamente o meno, da esso. Infine, nel duro seme del frutto è presente anche il seme originale. Quindi, Dio è presente nell'intero universo, che è paragonabile alla pianta. Dio è il seme e i frutti sono gli esseri o creature nate dall'albero del mondo.


D.18 a) - Swami, poiché l'unica Divinità è presente in tutti, perché esistono le differenze? Dato che la Divinità è la stessa, perché siamo tanto differenti fra noi?

Bhagavân - Ekam evâdvitîyam brahma. "Dio è uno senza secondo", dicono le Scritture. Come ci si spiega la molteplicità, la difformità, la differenza? Un piccolo esempio può illustrarvelo. L'energia elettrica è una, ma il voltaggio delle lampadine è variabile.
Una lampadina a basso voltaggio vi dà luce fioca, mentre una ad alto voltaggio illumina a giorno, non è così? Ma, nonostante ciò, l'energia elettrica è la stessa. Il diverso voltaggio determina solo la differenza d'intensità luminosa. Similmente, i nostri corpi sono come le lampadine di diverso voltaggio, ma
attraversate dalla medesima energia.


D.18 b) - Swami! Hai detto che la Divinità è in tutti. Allora, prima che nascessimo, dov'era? E dopo che moriremo, la Divinità continuerà a esistere?

Bhagavân - Il Divino esiste. La Divinità è imperitura, pura e priva di macchia. Non ha nascita né morte. È eterna e permanente. È al di là di tempo e spazio. Trascende tutte le leggi fisiche.
Ora, tu chiedi se la Divinità, che esiste mentre vivi, esiste anche prima e dopo la tua morte.
Vedi, sul muro c'è un filo elettrico e un supporto al quale si fissano le lampadine. Puoi avere luce solo se la lampadina è attaccata al supporto. Perché? La corrente passa attraverso il filo che entra nella lampadina fissata al supporto. Se lo tieni nella tua mano, la lampadina non si mette a far luce, perché non è attaccata al generatore. È questo che dovete comprendere bene. L'energia non
è stata creata al momento per essere immessa nella lampadina! Esisteva già, nel filo. Se togli la lampadina, che cosa ne sarà dell'energia? Rimarrà nel filo. L'unica differenza è che non potrai sperimentarne la presenza, in quanto non c'è illuminazione. La lampadina rappresenta il corpo, mentre l'energia divina, scorrendo in esso, genera luce, la luce della vita. Quando il corpo viene
rimosso, anche allora, l'energia divina permane, in forma latente, nello stesso modo in cui c'era prima della tua nascita e durante la tua esistenza. Anche dopo la morte fisica essa ci sarà, esattamente come avviene per la corrente elettrica.


D.19 - Swami, si dice che Dio sia "hridayavâsin", l'Abitante del cuore.
Si tratta sempre dell'organo fisico, a sinistra del petto?

Bhagavân - No, no! Quello è il cuore fisico, ma la sede di Dio è il cuore spirituale, chiamato anche hridaya. La parola è composta di hrid+dayâ. Ciò che è pieno di compassione è hridaya, il cuore. Oggi la compassione è diventata un fatto di moda. Le persone indossano l'abito color ocra (kâshâyavastra), ma hanno cuori da macelleria (kâshâyîhridaya). Il cuore fisico è a sinistra, quello spirituale a destra. È il tempio di Dio.
Nella Gîtâ, il Signore Krishna dice: "Dio risiede nell'altare del tuo cuore". La conoscenza, di qualunque tipo sia, mondana, scientifica, tecnologica, attiene alla mente e non al cuore. Invece, l'amore, la compassione, la verità, il sacrificio e la tolleranza appartengono al cuore.


D.20 - Swami, la Divinità può essere dimostrata? È possibile conoscerLa per mezzo del ragionamento?

Bhagavân - Tutte le esperienze che avete nel mondo sono legate a tempo e spazio. I sensi vi sono d'aiuto solo per ciò che riguarda il mondo esterno. Scienza e tecnologia studiano i cinque elementi, fanno certe combinazioni e apportano dei cambiamenti, forniscono delle agevolazioni e delle comodità aggiuntive, permettendovi di condurre una vita più comoda.
Esse producono apparecchi elettronici, computer e così via...
Lo scienziato conduce un esperimento, ma le esperienze di un aspirante
spirituale non possono essere portate in laboratorio. Come potete anche solo aspettarvi di trasmettere qualcosa sulla Divinità, che è al di là della parola? Che cosa si può pensare della Divinità, che si trova al di là della comprensione? Come si può investigare e sperimentare la Divinità, che trascende la mente e
i sensi? La scienza si basa sugli esperimenti, la spiritualità sull'esperienza. Nella scienza, si analizza, ma nella spiritualità si realizza.


D.21 - Swami, che si dovrebbe fare per ricevere la grazia di Dio?

Bhagavân - Non c'è altra via che la devozione. La vostra ricchezza, l'erudizione, il potere e la personalità non hanno alcun valore per Dio. Egli considera soltanto la vostra devozione.
Conosci Guha, del Râmâyana? Che erudizione aveva per compiacere Râma?
Nessuna! Era un analfabeta. E Sabarî, fervida devota di Râma: che ricchezze possedeva per stare vicino al Signore? Vestiva di stracci, la più povera dei poveri. E che cosa rese l'uccello Jatâyu degno di ricevere le benedizioni di Râma e le estreme esequie dalle Sue stesse mani? Neppure a Dasharatha, padre di
Râma, toccò in sorte una simile fortuna, perché morì quando Râma era nella foresta, lontano da Ayodhyâ. E che dire di Hanuman, una scimmia? Con una fede incondizionata e un abbandono totale a Râma, non solo ebbe successo nel compito assegnatogli, ma fu perfino adorato dai devoti del Signore. La sua adorazione, cominciata ai tempi dell'incarnazione divina di Râma, continua anche ai giorni nostri.
Il Mahâbhârata ritrae con chiarezza Draupadî, la regina dei Pândava, come devota di prim'ordine di Krishna, sempre e in ogni circostanza: sia nei momenti di successo che in quelli di fallimento, nei momenti di piacere come in quelli di sofferenza, di calma o di disperazione, che si trovasse sul suo trono di Hastinâpura come nella foresta.
I Pândava sono noti per la profonda devozione e il grande amore per Krishna. Essi rappresentano il miglior esempio di equanimità e di abbandono totale a Dio, a tal punto che Krishna si identificò completamente con loro, affermando che Dharmarâja era la Sua testa, Arjuna il Suo cuore, Bhîma le Sue spalle e i due fratelli (Pândava) più giovani, Nakula e Sahadeva, i Suoi piedi. Questa è vera
devozione. Questa è la statura ideale di un devoto.
Nel Bhâgavata incontriamo le gopî (le pastorelle devote a Krishna), la cui madhura-bhakti , l'attaccamento assoluto verso Dio, si basava su un amore e su un abbandono incondizionati. Nobile, pura, nettarea ed esemplare fu la loro devozione. Nei cespugli, nelle spine, nelle foglie, nei rami e nei fiori, esse vedevano solo Krishna. La loro non è forse tadâtmyabhâva, identificazione
assoluta? Non è, il loro, advaita-bhâva, o stato di non dualismo? Esse non sopportavano il dolore acuto provocato dalla separazione da Lui, neanche per un secondo! Tale era il livello della loro devozione.
Conoscete Tyâgarâja, il santo cantore e compositore dell'India meridionale, che si era posto la domanda: "È forse la ricchezza a regalarvi la vera felicità, o la
vicinanza a Dio?" Râmadas, Surdas, Kabir, Tulsidas, Jayadev, Tukaram, Mîra, e altri erano la devozione personificata. Ancora oggi vengono menzionati. Leggendo di loro, non solo riceverete la grazia di Dio, ma potrete pure richiederla!
Sapete, quando vi sposate, vostra moglie può reclamare un diritto sulle vostre proprietà. Questo è dovuto al mangalasûtra, il nodo sacro legato al momento dello sposalizio. Allo stesso modo, la devozione è il bhaktisûtra, il vincolo della devozione che conferisce al devoto il diritto di reclamare la grazia divina. Quindi, la devozione è la cosa indispensabile in ogni caso. Per la maggior parte delle persone, costituisce l'approccio più appropriato e nobile alla Divinità.


D.22 - Swami, perché noi non siamo ricettacoli della grazia divina?

Bhagavân - Non è corretto sentirsi così. Sbagliate a pensare in questo modo. La grazia divina è disponibile in ugual misura, per tutti voi. Dio non fa distinzioni di casta, credo, sesso, nazionalità, ecc. Dovreste capire che il difetto sta in voi. Dovete ripulire il calice del cuore.
Vi faccio un esempio. Se fuori piove forte e volete raccogliere acqua, dovete mettere il recipiente nel verso giusto. Se lo capovolgete o lo disponete di lato, sarà possibile raccogliere l'acqua?
Anche un acquazzone non servirà a nulla. Perciò dobbiamo tenere il cuore sempre puro e pronto a ricevere la pioggia della grazia. Ma dobbiamo rivolgerlo verso la pioggia dell'Amore divino, se desideriamo raccoglierne. Non è così?


D.23 - Swami, la nostra buona sorte è incommensurabile! Quanti hanno questa possibilità? È tutta grazia Tua. Ma come preservarla?

Bhagavân - Sentite, fra i milioni di devoti, quanti possono stare qui?
Questa vicinanza è possibile a tutti? È il merito di molte vite passate ad avervi procurato una simile fortuna. Delle migliaia di studenti dei nostri istituti, quanti hanno la buona sorte di trovarsi qui? Solo alcuni di voi hanno potuto seguirMi a Kodaikanal. Questo merito dovrete preservarlo e alimentarlo accuratamente.
Un piccolo esempio. C'è una matassa di filo, per ottenere la quale si è dovuto compiere tutt'un lavoro di arrotolamento, di avvolgimento. Un lavoro che impegna veramente il tempo! Se i lavoratori lo avessero svolto frettolosamente o lo avessero lasciato a metà, per negligenza o incuria, tutto il filo si sarebbe sparpagliato sul pavimento.
La vostra fortuna è paragonabile a questo filo, arrotolato laboriosamente e scrupolosamente, in virtù delle vostre buone azioni in vite precedenti. Se trascurate una simile fortuna o la perdete per delle sciocchezze, non la riavrete! Tutti i vostri sforzi andranno perduti. La spessa imbottitura al centro di questa matassa è come la vostra fede, attorno alla quale sono avvolti i
vostri atti meritevoli. Quindi, non trascurate mai tale fortuna, non datela per scontata, non consideratela semplice e normale. La negligenza e la trascuratezza sono dannose per l'aspirante spirituale.


D.24 - Swami, che effetto ha la Tua grazia sul nostro destino, sul nostro prârabdha o karma passato?

Bhagavân - La grazia e il volere di Dio possono cambiare qualunque cosa. Dio è Amore. La Sua infinita compassione Lo induce a cambiare il vostro prârabdhakarma, gli effetti karmici delle vostre vite passate. Un devoto può imprigionare Dio nella cella del proprio cuore. In questo mondo, non c'è nulla che non possiate ottenere tramite la devozione. La grazia di Dio può cancellare tutti gli effetti karmici o le conseguenze negative della vostra vita precedente. Nulla di avverso potrà accadervi. Un piccolo esempio. In farmacia, trovate molti medicinali in esposizione per la vendita.
Su ciascuno è scritta una data di produzione e una di scadenza. La sostanza non sarà più efficace dopo la scadenza: diverrà del tutto inutilizzabile. Dio fa esattamente la stessa cosa. Egli semplicemente stampa sulla bottiglia della medicina la data di scadenza, cancellando il prârabdhakarma, la sofferenza che state sperimentando in questa vita.
Istantaneamente, la vostra sofferenza cessa. È così che Swami, per Sua pura grazia e compassione, vi dona sollievo.


D.25 - Swami, possiamo essere sicuri della grazia di Dio se portiamo avanti la nostra sâdhanâ regolarmente?

Bhagavân - Certo! Non vi è nulla di più sicuro! Perché ne dubitate? Ad esempio: avete un cagnolino e lo nutrite ogni giorno. Vedrete che esso si abituerà a venire da voi puntualmente nell'ora in cui gli date il cibo. Non è vero? Se un cane (dog) vi risponde puntualmente, perché non dovrebbe farlo Dio (God)? Riceverete sicuramente la Sua grazia.


D.26 - Swami, siamo qui al Tuo cospetto per la Tua grazia e compassione infinite. Le Tue benedizioni ci hanno portati qui. Ci crogioliamo al sole della
beatitudine concessaci dai Tuoi darshan, sparshan e sambhâshan (visione, contatto e colloquio con il Signore). Abbiamo ancora bisogno del merito delle vite passate e dei samskâra (i 'semi' delle vite passate)?

Bhagavân - Lo stato attuale di beatitudine e il merito delle vite passate sono entrambi essenziali e dovrebbero procedere insieme. Sono profondamente intrecciati. Vi faccio un esempio. Quando cadono piogge forti, l'acqua sprofonda nel suolo, ovvero ne è assorbita. La vostra situazione non è dissimile. Perciò, la devozione non è stabile. Ma supponete che vi sia un fiume in piena; che accadrebbe se piovesse? L'acqua scorrerebbe con veemenza ancora maggiore. La vostra buona sorte di stare con Me è paragonabile all'acqua piovana. Se avete buoni samskâra dalle vite passate, che sono
come l'acqua del fiume in piena, lo stato di beatitudine che ora sperimentate continuerà con maggior vigore.
La grazia di Dio è paragonabile a un acquazzone; i meriti delle vite precedenti vi permetteranno di contenerla. Perciò, spesso, vi dico di mantenere la buona sorte, l'opportunità e il privilegio concessivi. Attingete acqua dal pozzo con un secchio, ma sarete voi a dover sollevare il secchio pieno, con le vostre mani. Se invece, nel bel mezzo, lo lasciaste cadere, che accadrebbe? Non potreste raccogliere l'acqua, vero? Comunque, c'è una cosa importante.
Se amate Dio intensamente, potete ottenere tutto. Più lo sforzo umano cresce, più la grazia di Dio conferisce forza e intensità allo sforzo, cosa che, alla fine, conduce l'uomo al successo.